Quello che le brave ragazze non dicono

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Let me take a ride, hurt yourself

Non c’entra niente con quello che stavo per scrivere, ma in questo preciso momento sto ascoltando Polly. E ogni volta che sento la voce di Kurt Cobain penso che sia un po’ (tanto) colpa sua se ho qualche (e qualcuno in più) problema con i biondi dagli occhi di ghiaccio…

Ma non è neanche di questo che stavo per scrivere…

Oggi è stato il primo giorno della mia nuova vita da non precaria. Si, nel senso che dopo 9 lunghi anni di contratti del cazzo, ho finalmente un contratto a tempo indeterminato. E non mi pare vero.

Lavoro qui ormai da due anni e mezzo e ad ottobre, all’ennesimo rinnovo a tempo determinato, ho seriamente pensato di mollare tutto e di cambiare vita. Il mio capo, quel giorno, mi aveva detto che apprezzava moltissimo il mio innamoramento verso l’azienda, ma che non gli bastava e voleva vedere un salto di qualità per potermi fare un contratto a tempo indeterminato. E io gli ho risposto che l’amore non corrisposto non piace a nessuno e che prima o poi tutti gli innamorati si stancano, se capiscono di non avere speranza. E che speravo solo di non dovermi rendere conto di non essere ricambiata. Perché, a dirla tutta, di amori non ricambiati sono decisamente stufa.

Così da oggi cambia tutto. Adesso non ho più scuse. Se fino a venerdì avevo la scusa del “non so se domani avrò ancora un lavoro” per non pormi degli obiettivi, adesso quella scusa non ce l’ho più! Adesso posso permettermi di dire che il 2016 vorrei fosse l’anno di una casa tutta mia, di un mutuo da pagare, di un progetto per cui lavorare. Ma per me, non per gli altri.

Non mi sembra neanche vero. Lavoro dal 2007. Stavo per compiere 23 anni. E non pensavo neanche che ci sarebbe voluto così tanto per avere un contratto di lavoro vero. Non mi interessava guardare lontano, in quel momento. Il mio obiettivo era finire la tesi e laurearmi. Poi al “farmi una posizione” ci avrei pensato. Ma non pensavo davvero che ci avrei messo così tanto. Tra pochi mesi di anni ne faccio 32. Mi pare passata una vita. E a volte penso che non sia poi cambiato così tanto nella mia vita, da quel periodo. Perché è vero che io sono cambiata moltissimo, che sono una persona completamente diversa, ma è anche vero che per 9 lunghi anni la mia vita è stata in stand by, perché non mi sentivo in grado di fare scelte a lungo termine, visto che non avevo un lavoro “sicuro”. Non che adesso io abbia un contratto sicuro eh, so benissimo che potrei trovarmi a casa senza troppe storie lo stesso. Ma adesso ho l’impressione che qualcuno stia investendo su di me a lungo termine. Quindi posso permettermi di farlo pure io.

E sono contenta. Ho aspettato questo momento per così tanto tempo che non mi pare vero. E adesso ci vorrà un po’ di tempo anche solo per rendermi conto che posso smettere di pensare solo a domani, ma che posso permettermi di arrivare a dopodomani…

Ed è bello.

 

Dita da assecondare

Sono tornata qui non so neanche come, quasi non ricordavo la password e l’interfaccia è parecchio cambiata. Ma per la prima volta dopo tanto tempo ho avuto la necessità di assecondare dita che chiedevano solo di scorrere su una tastiera senza filtri.

Ed ecco che i pensieri tornano a prende forma da soli, come succedeva parecchio tempo fa e come non succedeva più da molto.

Scrivo da un altro computer. Ed è un cambiamento epocale. Mi sono decisa a mandare definitivamente in pensione il mio vecchio pc, comprato nel 2005, dopo un decennio di onorato servizio. Con lui ci ho scritto due tesi, migliaia di post su blog diversi, molti anche per lavoro. Quel computer mi ha visto innamorata, mi ha vista lasciare il mio ex, poi mi ha vista innamorarmi di nuovo, poco a poco, spesso cercando di negarlo. E adesso forse mi vede iniziare qualcosa di nuovo. Chi lo sa…

Venerdì in ufficio un mio collega mi ha detto “Mi sa che tu sei proprio una bronza cuerta…”. così il pensiero di questo posto è tornato prepotentemente.

A dirla tutta ci pensavo da un po’… Un mesetto fa a cena con un’amica si parlava di blogger improvvisati e di gente che usa questo strumento per innalzarsi a fantomatici guru di qualsiasi cosa e lei mi ha detto “Certo che tu un blog dovresti averlo sul serio… Sai quello che dici, sei competente, sai fare il tuo lavoro rendendolo facile a chi non lo conosce, e soprattutto hai un vero talento per la scrittura. Io lo vorrei leggere il tuo blog, se ne avessi uno.”

Così ho preso il cellulare e le ho fatto vedere che io un blog ce l’avevo davvero (non questo, un altro vecchio blog, il mio primo, quello in cui ho davvero iniziato tutto). E insomma, mi ha detto che secondo lei dovrei ricominciare a scrivere… Mi ha detto “Ti immagini? Tu a quest’ora potresti essere come Memorie di una Vagina… Tu c’eri da molto prima di lei!”, e io le ho spiegato che sono fuggita da questo mondo proprio quando iniziavano a leggermi troppe persone, e i miei pensieri non mi sembravano più miei…

Però non posso non ammetterlo. Scrivere mi manca. Lo faccio per lavoro, si, vero. Gestisco tanti blog per lavoro, ma sono tutti seri, posti in cui non posso certo concedermi il lusso di scrivere quello che desidero esprimere. Ma chissà, magari mi tornerà la voglia di farlo con continuità… O magari no, e questo resterà soltanto un pensiero nell’etere…

Comunque vada, ho riprovato per qualche minuto quella sensazione che un tempo era quasi una droga, quella libertà di poter esprimere i pensieri senza preoccuparsi di chi li legge o di come li interpreta, solo per il gusto di lasciarli uscire.

Potrebbe essere un ritorno, oppure no. Intanto ho assecondato le dita ed è quello che mi serviva.

Fatti una domanda e datti una risposta

Mi ha chiamata Amore due volte.

Una da ubriaco.

Una in sogno.

Uno in più

Sono sempre più convinta che il giovedì sia il nostro giorno.

Era giovedì la sera in cui abbiamo reso reale per la prima volta quel “con te sogno… sogno un incontro rubato, fatto di poco tempo ed inteso. Di sentire i cuori battere, la pelle tra le mani, di condividere l’orgasmo, di sentirmi bagnato di te e dentro di te”. talmente bello e sentito che ancora oggi, a distanza di quasi cinque anni, riesco a ricordare in ogni singola parola. Quella sera, in quel parcheggio abbiamo fatto l’amore in un modo che prima di te non credevo possibile.

Era giovedì poco più di un anno fa, quando per la prima abbiamo fatto l’amore in quello che ancora per un paio di notti sarebbe stato il mio letto. Quella sera ho pianto come una bambina abbracciata a te, in quello che probabilmente è uno dei momenti in cui mi sono mostrata più sincera con te. Quella sera piangevo perché sapevo che non sarebbe cambiata soltanto la città in cui avevo deciso di vivere. Piangevo perché sapevo che anche con te non sarebbe più stata la stessa cosa. Sapevo che vederti non sarebbe stato più così facile. Lasciavo una vita che adoravo, una città di cui sono ancora oggi follemente innamorata, per stravolgermi la vita di nuovo, alla ricerca di non so neanche io cosa…

Era giovedì una settimana fa, quando insieme abbiamo passato la serata più bella che io potessi desiderare. Finalmente a casa mia, finalmente di nuovo insieme, finalmente con un divano, un letto, una tavola, una doccia, un giardino, una cucina, svariati metri di muro e circa 40 metri di pavimento tutti per noi. E li abbiamo sfruttati nel migliore dei modi possibili. Una sera in cui le parole non sono state necessarie, ma in cui ho voluto lasciar uscire le uniche che non avevano bisogno di essere dette. Ua sera in cui abbiamo festeggiato insieme, con una torta al cioccolato e una bottiglia di vino, i nostri compleanni. Il mio, in ritardo di qualche mese, obbligandoti a farmi quegli auguri che il 2 maggio erano mancati. Il tuo con una settimana di anticipo, solo per farti sentire coccolato, anche in un giorno che non era il tuo.

E anche se il giorno del mio compleanno i tuoi auguri non ci sono stati, non ho nessuna intenzione di dimenticare le date che in questi anni sono diventate importanti, anche se qui non ha più lo stesso senso, anche se non ce ne sarebbe più bisogno. Semplicemente mi piace farlo. E so che comunque ti fa piacere.

Ancora una volta, buon compleanno.

7 minuti con Dracula

Avevo immaginato quell’incontro migliaia di volte, ci avevo fantasticato così tanto che ormai credevo fosse destinato a rimanere soltanto una fantasia. Ci eravamo incrociati ormai più di una volta, senza mai riuscire a trovarsi realmente una davanti all’altro da non riuscire quasi più a credere che un giorno potessa davvero succedere. E i momenti in cui ho creduto che quell’incontro non ci sarebbe mai stato sono stati davvero troppi. Dopo che siamo stati nello stesso posto nello stesso giorno, ma in momenti diversi, ho davvero creduto che non ci saremmo mai incontrati.

Finalmente eravamo nello stesso posto e nello stesso momento. Sapevo dov’era, sapeva dov’ero. E aspettavo con impazienza il momento in cui me lo sarei trovato davanti, dissimulando l’attesa tra un saluto ed una chiacchierata con le persone che conoscevo in mezzo a decine di visi sconosciuti che erano intorno a me.

L’ho visto entrare in quell’enorme salone a passo deciso, con la coda dell’occhio. Istintivamente mi sono voltata ed i suoi occhi mi hanno trovato i miei in mezo a quella moltitudine di sguardi. Il suo viso si è illuminato di un’espressione stupita. ho visto il suo dito puntare verso di me, come a dire “Ti ho trovata!”, mentre l’espressione stupita lasciava spazio ad un enorme sorriso.

Di tutte le cose che avevo immaginato su quel momento, l’unica che corrispondeva alle mie fantasie era il luogo. Sapevo anche che probabilmente quel primo incontro sarebbe stato in mezzo ad altre persone, ma mai l’avevo immaginato così affollato. E mentre si avvicinava a me pensavo soltanto a quanto avrei voluto che intorno non ci fosse nessuno.

Ci siamo salutati come se ci conoscessimo già, per non dare nell’occhio… Un veloce abbraccio, baci come tra vecchi amici, per poi fargli posto a sedersi accanto a me. Come stai. Come va. Quanta gente. Mi fa piacere vederti. Anche a me. Frasi dette per dissimulare un pizzico di inevitabile imbarazzo. E intanto lo scoprivo più sorridente e chiacchierone di quanto pensassi.

E poi gente. gente su gente. Gente che si avvicina per parlare con lui. Gente che si avvicina per salutare me. E il telefono che suona. E gente che richiede la sua presenza. Si è allontanato ma non mi ha persa di vista.

“Ma se io avessi voglia di un caffè?”
“Te lo offrio io…”

Un modo come un altro per tentare di fuggire da tutta quella gente.

E le carte che si svelano mentre tentiamo di prendere il caffé dalla macchinetta dell’acqua.

“Si vabbé… Tento di prendere il caffè alla macchinetta dell’acqua… Che effetto mi fai!”

Sussurrato quasi sottovoce per non farlo sentire ad orecchie indiscrete.

“Beh… Mica mi dispiace…”

Sussurrato quasi sottovoce per non farlo sentire ad orecchie indiscrete.

Una risata, un’intesa che si svela.

Ma tutta quella gente intorno non voleva saperne di sparire. E ancora gente che si avvicina, gente che lo chiama, gente che richiede la sua attenzione.

Per poi tornare di nuovo da me.

“Tra venti minuti devo scappare”
“Non ti preoccupare, in stazione ti ci porto io”
“Non posso disdire la navetta… Che dici, andiamo da un’altra parte?”
“Si!”

Lo seguivo mentre tentavamo di uscire da quel posto, ma stavolta tocca a lui rincorrere l’attenzione di altra gente.

“Scusami ma devo assolutamente parlare con quella tipa insieme al mio socio… Porta pazienza, arrivo”.

E intanto quei venti minuti correvano veloci senza che riuscissimo a restare da soli.

Ormai la navetta era pronta per partire.

“Devo prendere la valigia… Vieni con me. Recupero le chiavi dell’ufficio…”

E invece il suo socio l’ha seguito a prendere la valigia, senza che potessi andare con lui io.

Un abbraccio, un bacio. Mentre la navetta lo aspettava.

“Scusami… scusami… avrei preferito fare altro ma avevo da fare…”

E lo sapevo già da prima… Sapevo che per me quello era tempo libero e per lui lavoro. Quindi non riuscivo neanche a prendermela. Eppure mentre si allontanava pensavo che almeno un bacio l’avrei voluto.

D’impulso ho preso il telefono e gli ho scritto.

“Ma se venissi in stazione a salutarti? Hai il treno subito o hai tempo per un saluto?”

La sua risposta tardava ad arrivare. Intanto i minuti passavano e mi sembravano interminabili.

“Beh, ma se io resto qui ad aspettare una sua risposta poi mica faccio in tempo a raggiungerlo…”

E nel giro di un attimo ero in macchina, sulla strada verso la stazione, con la paura di non riuscire ad arrivare in tempo. E chissenefrega se non ho salutato le persone che “ci ribecchiamo dopo, tanto sono qua”… Avevo altro nella testa.

Poi la sua risposta

“è meglio se ci vediamo un’altra volta con calma… Arrivo in stazione e devo saltare in treno”
“Sono già in macchina… Arrivo!”

Intanto pregavo di non trovare ingorghi che mi impedissero di arrivare in tempo, consultando il navigatore nella speranza di avere preso la strada più veloce. Non riuscivo a pensare ad altro. Avevo passato quel poco tempo con lui a desiderare di toccarlo, immaginando una porta che si chiudeva dietro di me, per poterlo toccare, stringere, baciare. Per poter intrecciare le mie gambe intorno ai suoi fianchi, per poter sentire quelle mani su di me. Anche solo per un minuti.

Non potevo lasciare che andasse via senza averlo neanche sfiorato.

“Sono qua”
“Dove? Sono davanti alla stazione… Corri!”

La macchina lasciata al lato della strada con le quattro frecce accese. Una corsa verso l’ingresso della stazione, per vederlo cercarmi tra la gente, per vederlo venire verso di me dopo avermi trovata, con gli occhi contenti e il sorriso sorpreso.

Un abbraccio. Un bacio. Stavolta un po’ più calorosi ma non troppo. C’era ancora troppa gente intorno.

“Tu sei pazza!”
“Non ho mai detto di non esserlo!”

E finalmente soli, in macchina.

“Fra quanto hai il treno?”
“Tra sette minuti”

Le parole svaniscono per lasciare il posto a lingue e labbra che s’incontrano. E le sue mani addosso a me, fra le mie gambe, sotto alla mia maglietta, sul mio seno. E la sua bocca, sulla mia bocca, sulla mia pelle. E i suoi morsi. Sulla mia bocca. Sulla mia pelle. Mentre riempivamo quel poco tempo con i baci immaginati centinaia di volte. Sette minuti in cui sono riuscita a sentire soltanto la sua voglia di possedermi. E con quei morsi, a modo suo l’ha fatto.

“Adesso devo proprio scappare… E mi tocca pure salire in treno col pisello duro!”

Detta con quell’accento toscano che ancora mi suona nella testa e che a pensarci mi fa scoppiare a ridere.

“Tu lo sai, vero, che io domani avrò i tuoi morsi sul collo?”
“Ma va figurati…”
“Guarda che domani ti arriva la foto…”
“Ma mica ti ho morsa forte!”

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“Cristo!”
“Mica dico balle… Dracula ;-)”

Il matrimonio della mia (ex?) migliore amica

La settimana prossima si sposerà una mia carissima amica. Ci conosciamo da 16 anni, dalla prima superiore, e ci siamo subito prese bene. Abbiamo passato serate, vacanze, amori, rotture e tutto quello che si può passare tra due amiche in 16 anni.

E il nostro rapporto non è cambiato quando io mi sono messa insieme al mio ex. Lei era single, ma ogni venerdì sera lo passavamo fuori a ballare insieme. Insomma. C’ero quando ha conosciuto il suo primo vero ragazzo. Sono corsa da lei senza pensarci due volte quando ha scoperto che lui aveva un’amichetta, con un carico di gelato, cioccolata, biscotti e schifezze di ogni genere. C’ero quando ha frequentato i tipi più disparati. C’ero anche quando in un locale ha messo gli occhi sul barista. Che la settimana prossima diventerà suo marito.

Lei invece è sempre stata il tipo che quando si fidanzava spariva. E finché anch’io ero fidanzata ci poteva anche stare. Le serate al femminile erano ridotte al minimo, ma spesso si usciva con i rispettivi fidanzati. Lei e il mio ex sono diventati anche ottimi amici. Poi io e lui ci siamo lasciati. Per un periodo siamo state entrambe single e ce la siamo spassata. Poi lei, appunto, ha conosciuto il suo futuro marito. Ed è risparita. In questi cinque anni ci siamo viste si e no due volte all’anno. La cercavo sempre io e ad un certo punto mi sono anche stufata.

L’ultima volta che ci siamo viste è stato un anno fa. Mi ha detto che si sposava ed ero felicissima per lei. Ho creduto che stesse per chiedermi di farle da testimone, visto che l’altra testimone era l’altra amica che era sempre con noi.

E invece mi ha scaricato addosso la bomba. Ha voluto il mio ex come testimone.

Così ho scoperto che lei non aveva più tempo per le uscite tra donne, ma che con lui e la sua nuova morosa usciva e pure spesso.

Quando me l’ha detto ho fatto fatica a non esploderle in faccia. E ora che il matrimonio si avvicina sempre di più non so più come mettere a tacere il nervoso.

Insomma. Sabato prossimo non solo dovrò sopportare di passare la giornata con il mio ex e la sua cara fidanzatina. Dovrò anche sopportare il fatto che la mia (ex) migliore amica ha voluto lui come testimone e non me.

Ieri poi ho scoperto anche che domani sera all’addio al nubilato ci sarà la nuova morosa. E io sono stata designata, mio malgrado, come guidatrice della serata. Neanche l’alcol potrà essere dalla mia parte.

Boh… ho solo addosso un nervoso incredibile. Sono felicissima per la mia amica, che finalmente realizzerà il sogno della sua vita. Ma a me rode lo stesso.

Le stelle cadenti e poi l’alba…

Io e il Modello ci vediamo poco e ci sentiamo forse meno. Ma quando torna a casa non perdiamo mai l’occasione per passare una serata insieme. E pensare che ci siamo persi di vista per anni. Poi l’anno scorso, la sera di Natale, ci siamo ritrovati in un locale. Poi io sono stata a Roma per lavoro e ne abbiamo approfittato per passare una serata bellissima insieme (con Micuzza special guest :-P).

Ci siamo poi rivisti in primavera, quando è stato a casa per il ponte del 25 aprile. E poi ci siamo rivisti venerdì. Lui era a casa da qualche giorno ma io non ero riuscita a liberarmi prima. L’ho raggiunto al campetto di calcio e quando mi ha vista mi ha abbracciata forte forte, mi ha guardato con quegli occhi che per me saranno sempre quelli del bambino che adoravo quando ero la sua animatrice all’estate giovane ma che ora sono diventati maturi ed ammalianti, poi mi ha sussurrato “Guada che roba, sei sempre più sexy!”. Ha ripetuto il complimento poco dopo, mentre io parlavo con sua mamma. Mi è arrivato da dietro, mi ha cinto la vita con un braccio e a sua mamma ha detto “Garda mamma che spettacolo… E’ sempre più bella!”

Che poi io adoro pure sua mamma, da sempre. E’ riuscita a crescere non uno, ma ben 4 figli maschi fenomenali. Uno più gentile dell’altro, educati, simpatici, belli. E io ogni volta che la vedo le dico che al posto suo, con cinque uomini in casa, sarei impazzita. Oltrettutto negli ultimi anni ha dovuto crescerli da sola, quei quattro figli, dopo che un tumore ha portato via suo marito. Insomma, una donna di quelle toste, ma con una gentilezza e una dolcezza incredibili, che è stata bravissima a tramandare ai figli.

Io, che ai complimenti non sono abituata, mi lascio cullare ogni volta dalle parole del Modello.

Lui ci sa fare con queste cose. Ogni volta che ci vediamo è in grado di pomparmi l’ego come nessu altro. Dice che non è solo una questione di aspetto fisico, ma che è una questione di pelle. Dice che si percepisce che sono una femmina vera.

Ora che siamo grandi neanche me ne rendo conto di quei cinque anni di differenza, ma se penso che lui era uno dei “miei bambini”, quando avevo 15 anni, un po’ di impressione mi fa. E devo essere sincera… Già all’epoca era decisamente uno dei miei preferiti.

Abbiamo passato la serata a chiacchierare, a ridere, a scherzare e man mano che la gente si allontanava i discorsi si facevano sempre più fitti, tra una birra e l’altra. Che tipo alla settima rossa io ho perso il conto… E altre due o tre birre dopo, quando eravamo rimasti io, lui, due suoi fratelli più grandi, una morosa e una nostra amica, sono spuntate pure delle canne.

Il cielo era una meraviglia. Dopo tanti giorni di pioggia quella era una serata finalmente limpida, con milioni di stelle che splendevano sopra di noi, nel campetto ormai rimasto buio. Poi le stelle hanno addirittura iniziato a cadere. Io ne ho viste ben quattro. E poi insieme abbiamo visto pure l’alba. Che pareva brutto andarsene via quando il giorno iniziava a fare capolino.

E uno dopo l’altro se ne sono andati pure i fratelli e l’altra amica, finché siamo rimasti solo noi due. Mi ha accompagnata alla macchina, consapevoli che non saremmo riusciti a rivederci prima che lui tornasse a Roma, e ci siamo stretti stretti in un abbraccio di quelli che fanno bene all’anima. E quell’abbraccio sembrava non voler finire mai. Poi mi ha dato un bacio sul collo e mi ha detto solo “Adesso è meglio che me ne vada, altrimenti cosa succede non lo so…”

Io sono rimasta un po’ di sasso, anche se non è la prima volta che fa di queste battute. Io ho fatto la finta tonta…

“Beh cos’è che avrei fatto io? Perché te ne esci così?

“Dai che lo sai… Se rispondi così vuol dire che lo sai…” ha detto lui…

Poi mi ha dato un altro bacio sulla guancia e se n’è andato, mentre io salivo in macchina e tornavo a casa.

Ha detto che mi aspetta a Roma insieme alla nostra amica la settimana dopo Ferragosto, che io sono in ferie e la sua coinquilina va a New York…

Chissà…